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L'episodio della capretta evidenzia la condizione di Tobi il quale, isolato nella cecità della sua testardaggine, non comprende e non accetta l'atteggiamento della moglie che si ingegna per
mandare avanti la famiglia. Lui rabbiosamente chiuso nel buio, lei laboriosa in un ambiente che nel complesso non è ostile. |
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A motivo della sua fede, il mondo intero è diventato per Tobi totalmente e definitivamente un mondo cattivo, negativo. La sua visione della vita si è completamente oscurata. Egli non vede che cose disgustose e ripugnanti. L'unica certezza è la consapevolezza di trovarsi almeno nel giusto di fronte a Dio ed a se stesso, perché fedele alle leggi religiose del suo popolo. Ma anche questa consapevolezza viene incrinata dall'accusa della moglie. |
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Per vivere,
ella aveva accettato un lavoro di filatura e, una volta, aveva ricevuto in compenso un capretto. Quando Tobi lo sentì belare, esplose: "Da dove viene questo capretto? Non sarà stato rubato? Restituiscilo ai padroni" (2,13). Egli non vedeva che se stesso, non accoglieva l'altro,
dubitava dell'onestà anche della moglie. Pensava solo con le sue idee, ma non si interrogava su di esse. Anna gli rispose con una acerba accusa: "Dove sono le tue opere? Ecco, lo si vede da come sei ridotto" (2,14).
Mentre Tobi è ostinato e non si è mai posto il dubbio se il Dio che voleva servire fosse
quello autentico o l'immagine che egli si era creata, Anna invece si distanzia dal comportamento del marito: lavora per "padroni" che erano sicuramente assiri, pagani. Quindi non c'è in lei esclusione o rifiuto del mondo assiro. È più flessibile di Tobi, si pone domande anche nei riguardi di Dio: che Dio è se retribuisce le buone opere con la sofferenza? Tobi non si
interroga, Anna sì. È nel mettersi in discussione che può crescere la ricerca del vero volto di Dio.
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